Idv 1 mln firme contro Lodo Alfano

10:30 mer 07 gennaio 2009

(ANSA) - ROMA, 7 GEN - L'Idv sta per depositare, in Cassazione, un milione di firme a sostegno del referendum per l'abolizione del cosiddetto 'Lodo Alfano'. E' la legge che sospende i processi per le 4 piu' alte cariche dello Stato. La quantita' delle firme raccolte dal Partito guidato da Antonio Di Pietro e' stato reso noto da fonti della stessa Idv e stanno aspettando, innanzi alla Suprema corte, i due furgoni dai quali usciranno gli scatoloni che contengono le firme dei cittadini pro-referendum.

Commenti (9)

  • gianni5g - 19-02-2009

    chi mi rinborsa i 7000 euro che la giustizia italiana mi ha casuato per la sua superficialità e lentezza. Il Sig. di DiPietro smetta di nascondere la maleffate della giustizia che in Italia ha fatto più danni che la Mafia. Sono convinto che la vera Mafia è nei Palazzi della Giustizia.

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  • iwills - 09-01-2009

    Di Pietro, il populista che si offriva ai politici........... Massimo D'Alema qualche sera fa in televisione ha assicurato di non essere pentito di avere fatto esordire in Parlamento Antonio Di Pietro, assegnandogli da segretario del Pds-ex Pci nell'autunno del 1997 il collegio senatoriale del Mugello, fra i più blindati della sinistra. Di Pietro sarà pur diventato «un populista di minoranza», ma secondo D'Alema ancora più populista di lui sarebbe Silvio Berlusconi, che aveva cercato per primo di arruolarlo offrendogli nel 1994 il Ministero dell'Interno, quando egli era ancora il sostituto procuratore simbolo delle inchieste su Tangentopoli. Del rifiuto di quell'offerta, fattagli nello studio romano dell'avvocato Cesare Previti dal presidente del Consiglio in persona, fresco di nomina, Di Pietro si vanta nel libro «Il guastafeste» uscito da poco per le edizioni «Ponte alle Grazie», in cui ha «confessato» la sua esperienza politica al giornalista Gianni Barbacetto. Che l'ha per fortuna tradotta in 195 pagine scritte in buon italiano, con tutti i congiuntivi e i tempi a posto, come spesso non capita all'ex magistrato parlando «dipietrese», com'egli stesso scherzosamente ammette. Il no pronunciato a Berlusconi nel 1994 è presentato dal guastafeste come una meritoria prova di saggezza, anzi di preveggenza. Peccato però che, tornando a Milano dai suoi colleghi, Di Pietro non avesse disapprovato quell'invito capitatogli tra capo e collo allo scopo oggi denunciato di corromperlo con una carriera politica. Peccato inoltre ch'egli avesse lasciato a Berlusconi l'impressione, come vedremo, di poter poi gradire un altro incarico. Sentite come l'allora capo della Procura di Milano racconta a Marcella Andreoli in un libro pubblicato da Baldini&Castoldi nel 1998 — «Borrelli - Direttore d'orchestra» — il rientro del suo sostituto in ufficio dopo l'incontro con il presidente del Consiglio: «Era rimasto affascinato da Berlusconi. Tornò dicendo che Berlusconi lo aveva stregato». Si capisce a questo punto la rabbia provata dallo stesso Borrelli il 13 aprile 1995, meno di un anno dopo, quando sentì Berlusconi raccontare in televisione a Michele Santoro di avere raccolto da Di Pietro, in un incontro privato svoltosi di recente, la confessione di avere firmato senza convinzione, ma solo per disciplina d'ufficio, il famoso «invito a comparire» per le indagini sulla corruzione di alcune guardie di finanza. Esso era stato notificato a Berlusconi nell'autunno precedente accelerando la crisi del suo primo governo. Sentite anche qui cosa racconta Francesco Saverio Borrelli all'Andreoli della telefonata fatta quella sera a Di Pietro, forse con il televisore ancora acceso: «Gli dissi che era suo dovere chiarire come erano realmente andati i fatti e gli intimai di guardarsi bene dal venire in Procura». Più in particolare, Borrelli gli gridò: «Ti faccio buttar giù dalle scale se non fai immediatamente il tuo dovere». Di Pietro, che da pochi mesi si era improvvisamente messo fuori ruolo dalla magistratura, cercò di rimediare su «La Stampa» scrivendo: «Di ogni atto che ho firmato mi assumo la responsabilità». Ma Borrelli continuò ad essere «allibito» e a considerare quella del suo ormai ex sostituto «una defezione», o addirittura «una diserzione», come qualcuno lo aveva sentito dire «in privato», racconta sempre l'Andreoli. Seguì la sera di martedì 18 aprile un tentativo di chiarimento a casa del sostituto procuratore Gherardo Colombo, in una cena a base di «un ottimo arrosto, molto apprezzato dai commensali», fra i quali il «transfuga» Di Pietro. Che fu invitato senza mezzi termini a spiegare l'incontro con Berlusconi, che pure nell'autunno precedente da sostituto procuratore egli si era offerto a Borrelli di «sfasciare» nelle indagini in corso a suo carico. Ma c'erano anche altri incontri nelle menti dei commensali. «Era ben vero, perché tutti ne parlavano, che Di Pietro — racconta ancora l'Andreoli — aveva rincorso un nugolo di politici: da Cossiga a Buttiglione, da Casini a Mastella e persino a Tremaglia, il missino. Ma quell'incontro ad Arcore sembrava proprio una bestemmia». Già, ad Arcore, perché proprio nella famosa villa del cavaliere si era accomodato Di Pietro ricevendo, fra l'altro, offerte «al vertice della Polizia o dei servizi di sicurezza», come egli stesso racconta nel suo libro ancora fresco di stampa. Qualcuno potrebbe dire, pensando a Di Pietro mancato capo della Polizia o dei servizi segreti e rischiando una querela, che l'abbiamo scampata bella. Ma noi non lo diciamo. Pensiamo piuttosto che Berlusconi si starà ancora stropicciando le mani vedendo come il cerino delle ambizioni politiche di Di Pietro sia finito, acceso, tra le dita della sinistra. Egli ebbe l'intuizione nel 1997 di opporgli nel collegio del Mugello l'unico candidato, Giuliano Ferrara, in grado di compattare attorno all'ex magistrato l'elettorato di sinistra colto di sorpresa dalla candidatura voluta da D'Alema, e tentato di votare Alessandro Curzi, proposto da Rifondazione Comunista. Piuttosto che dividersi a tal punto da far vincere Ferrara, l'elettorato del Pds ingoiò il rospo servito dal segretario del partito. «La politica mi aspettava al varco perché io allora, se mi fossi schierato, avrei attirato una grossa quantità di voti», racconta oggi il guastafeste Di Pietro alludendo alla girandola d'incontri avuti dopo aver dismesso la toga. Ma era stata più la politica ad aspettarlo, o lui a inseguirla sino al Ministero dei Lavori Pubblici, nel primo governo Prodi del 1996, e al traguardo parlamentare del Mugello l'anno dopo?

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  • iwills - 08-01-2009

    Di Pietro nei guai vuole depistare. E sforna referendum....... Incerto il futuro, burrascoso il presente, nebuloso il passato. Dal suo dorato cul de sac fatto d’opposizione un tanto il chilo, Antonio Di Pietro intende uscire a furor di popolo e, come un Marco Pannella de’ noantri, s’affida ai responsi popolari per disturbare il manovratore. Raggiunto il necessario di firme contro il «lodo Alfano», l’ex Pm non ci risparmia un’ondata di quesiti per divertirci con tante schede nell’urna, proprio come non molto tempo fa. Appuntamento a primavera del 2010. Arriva al Palazzaccio - già maledetta sede del tribunale pontificio e ora della Cassazione - con due furgoni tappezzati dalla propria immagine carichi del milione di firme contro la legge sull’immunità per le alte cariche dello Stato. Duecentododici scatoloni ricontrollati dai suoi uomini sette-otto volte (quando si dice lo zelo) per scongiurare brutte sorprese: secondo i dipietristi 850mila sarebbero già certificate, e dunque ben al di sopra della quota 500mila indicata dalla Costituzione. Di Pietro gongola, e a Montecitorio spiegherà di voler «rispondere con i fatti alle parole, al chiacchiericcio della politica che non porta risultati ma che si parla soltanto addosso». Sembra un vigoroso tie’ al povero Veltroni che non ha appoggiato la raccolta delle firme, e l’ex Pm a stento si trattiene: «Il silenzio del Pd è un silenzio che parla, però non vogliamo polemizzare con il Pd, non abbiamo tempo...». Lo troverà Arturo Parisi, definendosi assai «amareggiato» per l’ignavia del proprio partito e del suo leader: «Rifiutare di battersi è già di per sé una sconfitta, rifiutare di continuare la lotta su una questione che in Parlamento abbiamo denunciato con parole quanto mai severe, equivale a trasformare una sconfitta provvisoria in una sconfitta definitiva». Di Pietro ancora una volta assapora il gusto di essere il leader trainante dell’opposizione, che lui definisce «chiara nel linguaggio» (sic!) e «determinata nell’azione» contro «questo governo che toglie ai poveri per dare ai ricchi». Ma anche l’ex Pm capisce che un’opposizione del genere non va da nessuna parte, per cui ha bisogno sempre di «drogare» il mercato della politica. Quando non ci sono sbocchi, il referendum è come uno stupefacente a prezzo popolare, facile surrogato d’iniziativa politica: Marco d’Abruzzo l’ha insegnato, Tonino il Molisano ci arriva una trentina d’anni dopo. Così annuncia d’aver pensato a prossime crociate, senza sapere ancora bene quali: magari contro la futura legge sulle intercettazioni, forse contro la riforma scolastica, di sicuro per dire basta al finanziamento pubblico dei partiti. Ma qui, va detto, emerge la notevole differenza di statura tra i due: se Pannella tuonò contro i soldi pubblici alla politica, intascando nel frattempo il finanziamento pubblico per Radio radicale (che almeno un suo valore aggiunto ce l’ha), Di Pietro si propone di confezionare un plebiscito demagogico contro la «casta», e sputa nel piatto in cui ha appena fatto bisboccia. Già, perché la nave corsara dell’ex Pm non è stata inventata dal nulla, fondandosi piuttosto sui rimborsi elettorali affluiti copiosi (nelle casse «proprie» e non dell’Idv, come Il Giornale ha più volte raccontato). Soldi strappati in virtù della carenza di controlli da parte della Camera dei deputati, e talora persino «scippati» ai suoi occasionali compagni di strada, come capitò ad Achille Occhetto. L’ex leader del Pci dalle Europee 2004 attende ancora dal Tribunale di Roma il ritorno di quasi tre milioni di euro intascati da Tonino illegittimamente. Considerando l’intera parabola politica dipietrista, l’«aiutino» pubblico assomma a circa una quarantina di milioni: e ora che i soldi sono in banca o investiti in attività immobiliari, l’eleganza del gesto di Tonino traspare in tutta la sua forza plastica. Cari contribuenti, votate contro il finanziamento: chi ha dato ha dato, io ho avuto ho avuto.

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  • iwills - 07-01-2009

    la vera anomalia in Italia e' l'immunita' di fatto e permanente di magistrati e giudici che sbagliano clamorosamente, la cui conseguenza comporta spesso la distruzione di carriere personali e delle tragedie familiari, senza la benche' minima punizione. E non mi si venga a dire del ruolo del CSM. Si potrebbe elencare una lista infinita di errori madornali. Un'altra anomalia e' l'eccessiva, e sicuramente unica nel mondo occidentale, autonomia della giustizia, il che spiega anche la mia prima osservazione. Sbagliando o non sbagliando i giudici e pm non hanno da temere assolutamente nulla, restano comunque in sella, al massimo un trasferimento per fare danni altrove. E per ultimo da non dimenticare, ed e' questa la chiave principale della lettura del 'Lodo Alfano, e' l'anomalia delle correnti politicizzate all'interno della magistratura, che ormai abusano da decenni del loro potere unico, facende cadere anche Governi. Non c'e' quindi nessun controllo e nessuna responsabilita' reale. Un qualsiasi "Woodcock" di una qualsiasi procura italiana puo impiegare tranquillamente il 60/70% delle risorse annue per intercettare il piu' e il meno, scatenando una vera 'caccia morale'al VIP di turno con tutte le trascrizione finite sui giornali, per poi finire in un NULLA DI FATTO. Cosa da vera repubblica delle banane. Su questo si dovrebbe indire un referendum, anche se confido sull'azione del nostro Governo riguardo ad una riforma profonda e radicale. Abbasso il trebbiatore folle, 10, 100, 1000 volte.

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  • iwills - 07-01-2009

    che si cominci seriamente a processare gli stessi leader che hanno voluto la raccolta delle firme. Penso che almeno uno di loro abbia un´infinità di malefatte delle quali dovrebbe rispondere, per esempio : il nome della talpa che ha passato informazioni circa " investigazioni in corso su un certo individuo". Vero, testa di cazzo?

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  • iwills - 07-01-2009

    sarà l'ennesimo referendum che avrà come unico risultato lo spreco di milioni di euro, tanto mica paga lui...lui si fotte i nostri soldi e basta...

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  • iwills - 07-01-2009

    E' la legge che sospende i processi per le 4 piu' alte cariche dello Stato, mica li annulla...ma quanta gente cogliona ha firmato!!! l'imbonitore ha fatto il lavaggio del cervello (a chi il cervello non l'ha proprio), altrimenti non si spiega come mai 1 milione di coglioni abbia messo la firma...

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